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La memoria collettiva
"Queste memorie sono in qualche modo la ricostruzione di una vicenda
personale e sociale nelle insanguinate vicende del mio tempo. Ma - anche per
il memorialista - non è proprio certo che le cose siano andate così, e con
tale "ordine" sotteso. L'accaduto
forse diverrà più sicuro, quando saranno appurati nessi ed eventi che a
tutt'oggi, almeno per chi scrive, risultano ambigui o ancora nel farsi, o
ancora troppo personali e segreti. Quell'evento fu così come sta aggrappato
nella mia dolce, dolorosa memoria? O si è consumata la chiave, ammesso che ci
sia in campo una chiave, sia pure per una raccolta di frammenti? Essendo
incerta la lingua, come si dà e si legittima la memoria? E perché temiamo
tanto che la memoria si perda? E la vanità di stare ancora e per sempre sulla
scena o un tentativo di salvezza? O forse è la memoria di una soggezione ad
altri, tale che non può reggere il silenzio." Queste le parole dello
stesso Pietro Ingrao per presentare la sua ultima fatica editoriale.
L'uomo Ingrao Non si tratta solo
dell’autobiografia di un uomo pubblico, scritta da chi è stato uno dei
principali protagonisti di quelle battaglie e scelte che hanno calamitato gli
ideali di intere generazioni, ma è anche un racconto appassionato delle
vicende dell’uomo Ingrao: i ricordi dell’infanzia, le incertezze e gli amori
giovanili, la passione per la poesia ed il cinema, la maturità e le scelte
del leader di partito. Non ultimi i fatti d’Ungheria e la spaccatura interna
al partito. Vicende in cui Pietro Ingrao fa i conti con se stesso, con
lucidità ricostruisce tormenti e dubbi, alla luce di un senso tragico delle
responsabilità.
Biografia
Nasce a Lenola, in provincia di Latina, il 30 marzo
del 1915. Tra il '34 e il '35 frequenta a Roma il Centro sperimentale
cinematografico di cinematografia come allievo regista. Negli anni prima
della guerra si laurea in Giurisprudenza e Lettere e Filosofia all'Università
di Roma, dove entra in contatto con altri studenti antifascisti e, tramite
questi, con l'organizzazione clandestina del PCI. Tra il '42e il '45 entra in
clandestinità e opera tra Milano e la Calabria. Il 26 luglio 1943 organizza
con Elio Vittorini, a Milano, il grande comizio di Porta Venezia.
Lavora
all'edizione clandestina dell'Unità di Milano. Nel 1944 entra nel comitato
clandestino della federazione romana del PCI. Nel '47 è nominato direttore
dell'Unità, incarico che ricoprirà fino al '56. Nel '48 entra nel comitato
centrale del PCI e viene, anche, eletto deputato per la prima volta: sarà
rieletto per dieci legislature consecutive fin quando, nel '92, chiederà di
non essere ricandidato.
Nel
'56 entra nella segreteria del PCI, dove resterà per dieci anni. All'XI
Congresso del PCI, nel 1966, rivendica il "diritto al dissenso".
Nel 1968 è eletto presidente del gruppo parlamentare comunista della Camera
dei Deputati. Nel '75 è nominato presidente del CRS (Centro di Studi e
Iniziative per la Riforma dello Stato). Il 5 luglio 1976 è eletto presidente
della Camera dei Deputati.
Resterà in carica fino al '79. Nell'88, al XIX
Congresso del PCI, chiede di non essere rieletto nella Direzione nazionale.
Vi rientrerà due anni dopo. Nell'89 si oppone alla svolta di Achille Occhetto
che trasformerà il PCI in PDS. Ma è contrario ad ogni ipotesi di scissione.
Nel 1991 aderisce al PDS come leader dell'area dei Comunisti Democratici. Nel
'93, in polemica con il PDS abbandona il partito. Nel 1998 fonda con Rossana
Rossanda, Luigi Pintor, Valentino Parlato, Fausto Bertinotti e Lucio Magri La
rivista del Manifesto
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